Critica

Gian Alberto Dell’Acqua

febbraio 1989

Negli oli e nei pastelli ora esposti e tutti eseguiti nel giro degli ultimi due anni (a partire dal Narciso del 1986, collegato a precedenti esperienze) il severo controllo del colore e della luce in rapporto alla loro estensione nello spazio e il conseguente instaurarsi di fermi ordini compositivi lasciano spesso posto a qualcosa che improvvisamente sopraggiunge a turbare il verosimile assetto delle cose rappresentate. Di volta in volta, e senza alcun ricorso a espedienti extra pittorici, può trattarsi di una inconsueta situazione atmosferica e del guizzare di un fulmine, come nel dipinto in cui appaiono le mura del Castello Sforzesco (a pochi passi di distanza dallo studio di Venditti); della traccia di un passaggio veloce; di un colpo di vento che sconvolge il drappo di una natura morta. In altre, più numerose opere un fantasioso elemento di imprevedibilità è introdotto da un semplice gioco di raggi di luce, di riflessi e rifrazioni. Si veda ad esempio il gruppo di quadri sul tema del laghetto nel Parco, impostati non già sulla scia dell’ultimo Monet ma piuttosto secondo sigle neofigurative alle quali non sono estranei ricordi della Secessione viennese. I propositi e le attuali ambizioni della pittura di Venditti ci sembrano bene riassunti nella grande Natura morta nel Parco; qui il brano di tono veristico posto in forte evidenza nella parte inferiore della tela finisce col trapassare e sciogliersi, senza contrasto, in un continuum materico intriso di luce. Accanto agli oli la serie dei pastelli conferma la ben nota perizia dell’artista e la versatilità tecnica cui danno prova anche i suoi acquarelli e incisioni. In alcuni dei pastelli — le Marine — torna ad affacciarsi, diversamente interpretato, quel motivo dell’acqua che tanto affascina Venditti come mobile specchio delle cose e al tempo stesso come fonte di vita.