Critica

Marcello Colusso

Venezia, 12 giugno 1995

La pittura di Alberto Venditti è apparentemente semplice. Il primo sguardo viene catturato dalla forma suadente, dalla felicità cromatica, dal taglio compositivo, ma, poco dopo, sorge una strana inquietudine che spinge l’osservatore a voler andare più a fondo, a sapere qualche cosa di più preciso di quello che la piacevolezza della forma ha fatto vedere. Piano piano s’insinua il dubbio che Venditti giochi a nascondino oppure lasci appositamente delle tracce (modello Pollicino) per vedere se qualcuno riesce a seguirlo lungo la strada, perché questo pittore dipinge sempre delle storie, ma sono storie di cui egli solo conosce a fondo il contenuto. Quando dipinge le “nature morte”, ad esempio, si ammira il disegno preciso degli agli, delle cipolle, dei limoni, delle zucche, di tutto quello che un opulento mercato del sud può offrire ai suoi compratori, ma quando lo sguardo si avvicina, ci si accorge che non c’è niente che se ne stia in posa, come avviene nelle classiche composizioni di oggetti inanimati, Tra oggetto ed oggetto spira uno strano vento che non solo travolge qualsiasi cosa incontri nel suo cammino, ma stabilisce rapporti spaziali, muove le ombre, rende improbabile ogni equilibrio statico, insomma rompe la classicità.