Critica

Rossana Bossaglia

febbraio 1990

Fedele a un’idea della pittura come luogo di rappresentazione ed evocazione, dove i connotati naturalistici invitano a una lettura metaforica, come se l’occhio del pittore ne svelasse i sensi altri, Venditti continua con severa riservatezza un discorso pittorico che allaccia la cultura neofigurativa dei suoi esordi alle attuali formule postmoderne, senza nulla concedere alla superficialità delle mode. Libere rivisitazioni di quadri celebri – o di celebri impaginazioni delle scene ed invenzioni immaginative, dalla folgore giorgionesca alle acque monettiane – si accompagnano a più specifiche riprese dal vero per sottolineare il senso simbolico di ciascuna di queste scene, chiuse in un loro arcano, assorto, malinconico silenzio. Come se la vita passasse sotto i nostri occhi remota, spettacolo mirabile di cui ignoriamo la ragione. Ad accrescere il senso di distacco fra l’azione e noi, le immagini sono quasi sempre presentate in ripido taglio, da un punto di vista rialzato, che tuttavia non ci consente, come nella pittura fiamminga, di penetrare nella vicenda, ma mette in evidenza ai nostri occhi l’acuta bellezza delle cose, canestri di frutta, fasci di fiori, rami di foglie con dolci colori autunnali, su cui appena aleggia un senso di incipiente declino, l’incombente appassire; da questa solitudine qualcuno dei personaggi guarda verso di noi – le bambine, l’innocente e ingrugnato bulldog. Nell’ultimo bellissimo dittico (Nel parco), appena terminato dall’artista, ai personaggi immersi in una meditazione quasi rituale fa riscontro la paziente tristezza del cane, cui trema negli occhi l’attesa del dolore; neppur lui accenna più a muoversi verso il riguardante. Una tavolozza insieme forte e liquida, satura di colori e umbratile, accentua nell’opera di Venditti, attraverso la padronanza del mezzo pittorico, la suggestiva ricchezza e intensità di significati.